Annus Horribilis

E’ stato un anno che definire orribile è poco.
Sono praticamente arrivata al penultimo giorno strisciando sui gomiti.
Con domani finisce ufficialmente la scuola “con i bimbi”, che è forse una delle poche cose che salvo di quest’anno scolastico.
Spiace dirlo, ma non mi dispiacerà non vedere per qualche mese qualche alunno. Uno in particolare. Mai, in più di 15 anni, mi era capitato di auspicarne l’assenza a scuola. Mai, in più di 15 anni, mi è capitato di auspicare che i genitori decidano di fargli cambiare scuola. In quest’anno, più di una volta, ho messo in discussione me stessa, la mia professionalità e la mia etica professionale. Ho sempre cercato, pur nei limiti del mio carattere poco incline alla diplomazia, di cercare una strada, un percorso, per collaborare con  genitori al fine di risolvere, o almeno arginare, le problematiche dei bambini. Questa volta ho trovato tante belle parole davanti e tanta merda spalata alle spalle. Ho visto alzare muri e ho di conseguenza (mea culpa) alzato muri. Mi sono sentita isolata e mi sono chiusa. Mi sono sentita attaccata e ho attaccato. L’atmosfera è diventata irrespirabile. E sono arrivata alla fine praticamente a pezzi.
Domani è l’ultimo giorno.
Poi ci saranno tutte le carte, e le riunioni, e gli “adempimenti di fine anno”.
E poi spero che sarà finita.
Perché io di quest’anno scolastico, sinceramente, non ne posso più.

Il colore del grano

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
«Ah!» disse la volpe, «… piangerò».
«La colpa è tua», disse il piccolo principe, «io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…»
«È vero», disse la volpe.
«Ma piangerai!» disse il piccolo principe.
«È certo», disse la volpe.
«Ma allora che ci guadagni?»
«Ci guadagno», disse la volpe, «il colore del grano».

Centocinquantaquattro

Un provvidenziale incidente impedisce alla cara collega di presiedere, assieme alla sottoscritta e all’altro insegnante del team, a una riunione chiesta dai genitori.
L’altro insegnante del team, vista la mala parata, si sfila, adducendo altri impegni.
La sottoscritta avverte la preside degli ultimi sviluppi.
La preside, visti gli ultimi sviluppi, dice che sarà presente alla riunione.
L’altro insegnante del team avvisa di averci ripensato e che anche lui sarà presente. (“Racconta poche cazzate. La preside ti ha chiamato e ti ha obbligato ad esserci, dopo averti cazziato, ecco perché sei qui.” “Ma no, che dici!” “Quindi mi stai dicendo che la preside non ti ha chiamato?” “No… cioè sì… ma io avevo già deciso di esserci.” “Sì sì, vabbè, ciao.”)
I genitori arrivano.
I motivi per cui hanno indetto questa riunione non sono risibili, sono semplicemente ridicoli.
Manca metà classe.
Della metà presente, la maggior parte è lì per difendere il mio operato.
Gli altri, un gruppetto sparuto che si conta sulle dita di una mano (e avanza pure qualche dito), vengono messi all’angolo dagli stessi genitori.
E io mi levo qualche sassolino dalle scarpe.

A riunione finita, la preside si ferma per fare il punto della situazione.
– Beh, direi che se l’è cavata benissimo, no? Lei cosa ne pensa? Com’è andata?
– Mancano centocinquantaquattro giorni all’alba.
– Non faccia scherzi, non se ne può andare.
– Preside, io l’anno scorso ero stata chiara. Se me l’avesse appioppata anche quest’anno, io avrei chiesto il trasferimento.
– Manca ancora tanto tempo, prima che arrivi marzo. Tante cose potrebbero cambiare.
– Centocinquantaquattro giorni, preside. Non uno di più.

Vinco battaglie su battaglie.
Ma sono vittorie di Pirro.
Mi sto giocando la salute.
Fanculo a questa scuola di merda.

Centocinquantaquattro.

Tempo di saluti

Chiacchiere, ricordi, calici alzati, auguri per il futuro, baci, abbracci, occhi lucidi, promesse di rivedersi.
E’ tempo di saluti, questo.
E tempo di cambiamenti.
E qualche cambiamento ci sarà anche qui.

E allora, prima che le cose cambino, ne approfitto per salutarvi.
Spero che in questo posto vi siate divertiti e che le chiacchiere, le (tante) cazzate, le (poche) cose serie vi abbiano tenuto compagnia.
Adesso baciatemi, abbracciatemi e, con gli occhi lucidi, auguratemi un futuro radioso.
Forse ci rivedremo.
O forse no.
Buona vita a tutti voi.