Comunque, grazie… (cit.)

Quello che ami, tu lo perderai. Quanto ti è stato dato, ti verrà ripreso.
Di fronte alla scoperta di questa futura spoliazione, esistono solo due comportamenti possibili: o si decide di non legarsi agli esseri e alle cose, allo scopo di rendere meno dolorosa l’amputazione oppure, al contrario, si decide di amare ancora di più gli essere e le cose, di mettercela tutta – “Siccome non passeremo molto tempo insieme, ti darò in un anno l’amore che avrei potuto darti in tutta una vita”.
Amélie Nothomb

suspension of disbelief

«Alla base stessa della narrazione c’è un implicito patto fra il narratore e l’ascoltatore, quello della “sospensione dell’incredulità”, come la definì il poeta inglese Samuel Coleridge. […] Il narratore si comporta come se quello che dice sia vero e il lettore accetta il patto di finzione e si comporta come se quello che gli viene raccontato sia vero.» (cit.)

Nella vita reale la volontaria (e vigile) sospensione dell’incredulità io la applico nelle relazioni. Comincio accordando fiducia e poi, una volta che la fiducia ha fatto un biglietto di sola andata, passo alla sospensione dell’incredulità, una specie di “faccio finta di crederti perché voglio proprio vedere fino a dove sei capace di andare a parare”.

Il discorso, mi rendo conto, ha poco senso e forse è un po’ arzigogolato.

Cercavo di ricordare, oggi, come cavolo si chiamasse, questo patto narrativo tra autore e lettore, mi serviva per la tesi, ma “sospensione dell’incredulità” non voleva saperne di venir fuori. E il cervello lavorava a vuoto. E sapevo di averlo già scritto da qualche parte, e allora ho cominciato a ravanare nel computer, tra files, mails e documenti di qualche anno fa. E, sarà il caso oppure no, sono finita su ‘sta roba qua. Che è quello che succede quando la sospensione dell’incredulità va a farsi fottere, si squarcia il velo e tu finalmente vedi dove è andato a parare quello a cui hai fatto finta di credere.

Per giorni la tua frase costante è stata “Sono un coglione, non so perché, non capisco perché”, quasi fossi inconsapevole degli effetti che il tuo comportamento avrebbe potuto provocare.
E poi ieri te ne sei venuto fuori con “Non sono del tutto sicuro che si sia trattato di una scelta non consapevole… credo una forma di protezione legata al fatto che non poteva e non doveva esserci altro”.
Praticamente come dire che in tutto ‘sto bailamme di inconsapevolezza e incoscienza da cui sei stato investito, l’unica scelta consapevole è stata quella di restare sul superficiale per proteggerti. Che sta praticamente a un passo dall’affermare che il fatto di aver trombato in lungo e in largo, in questi mesi, dipendeva anch’esso dal voler scongiurare l’eventuale rischio di rimanere sentimentalmente coinvolto…
Un triplo salto mortale con avvitamento, quanto a paraculaggine.

E anni dopo, col cuore ormai rattoppato, ti chiedi come hai potuto essere così cogliona.

Dai, tartarugabblù, torna alla tesi, che è meglio.

Annus Horribilis

E’ stato un anno che definire orribile è poco.
Sono praticamente arrivata al penultimo giorno strisciando sui gomiti.
Con domani finisce ufficialmente la scuola “con i bimbi”, che è forse una delle poche cose che salvo di quest’anno scolastico.
Spiace dirlo, ma non mi dispiacerà non vedere per qualche mese qualche alunno. Uno in particolare. Mai, in più di 15 anni, mi era capitato di auspicarne l’assenza a scuola. Mai, in più di 15 anni, mi è capitato di auspicare che i genitori decidano di fargli cambiare scuola. In quest’anno, più di una volta, ho messo in discussione me stessa, la mia professionalità e la mia etica professionale. Ho sempre cercato, pur nei limiti del mio carattere poco incline alla diplomazia, di cercare una strada, un percorso, per collaborare con  genitori al fine di risolvere, o almeno arginare, le problematiche dei bambini. Questa volta ho trovato tante belle parole davanti e tanta merda spalata alle spalle. Ho visto alzare muri e ho di conseguenza (mea culpa) alzato muri. Mi sono sentita isolata e mi sono chiusa. Mi sono sentita attaccata e ho attaccato. L’atmosfera è diventata irrespirabile. E sono arrivata alla fine praticamente a pezzi.
Domani è l’ultimo giorno.
Poi ci saranno tutte le carte, e le riunioni, e gli “adempimenti di fine anno”.
E poi spero che sarà finita.
Perché io di quest’anno scolastico, sinceramente, non ne posso più.

Il colore del grano

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
«Ah!» disse la volpe, «… piangerò».
«La colpa è tua», disse il piccolo principe, «io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…»
«È vero», disse la volpe.
«Ma piangerai!» disse il piccolo principe.
«È certo», disse la volpe.
«Ma allora che ci guadagni?»
«Ci guadagno», disse la volpe, «il colore del grano».

Centocinquantaquattro

Un provvidenziale incidente impedisce alla cara collega di presiedere, assieme alla sottoscritta e all’altro insegnante del team, a una riunione chiesta dai genitori.
L’altro insegnante del team, vista la mala parata, si sfila, adducendo altri impegni.
La sottoscritta avverte la preside degli ultimi sviluppi.
La preside, visti gli ultimi sviluppi, dice che sarà presente alla riunione.
L’altro insegnante del team avvisa di averci ripensato e che anche lui sarà presente. (“Racconta poche cazzate. La preside ti ha chiamato e ti ha obbligato ad esserci, dopo averti cazziato, ecco perché sei qui.” “Ma no, che dici!” “Quindi mi stai dicendo che la preside non ti ha chiamato?” “No… cioè sì… ma io avevo già deciso di esserci.” “Sì sì, vabbè, ciao.”)
I genitori arrivano.
I motivi per cui hanno indetto questa riunione non sono risibili, sono semplicemente ridicoli.
Manca metà classe.
Della metà presente, la maggior parte è lì per difendere il mio operato.
Gli altri, un gruppetto sparuto che si conta sulle dita di una mano (e avanza pure qualche dito), vengono messi all’angolo dagli stessi genitori.
E io mi levo qualche sassolino dalle scarpe.

A riunione finita, la preside si ferma per fare il punto della situazione.
– Beh, direi che se l’è cavata benissimo, no? Lei cosa ne pensa? Com’è andata?
– Mancano centocinquantaquattro giorni all’alba.
– Non faccia scherzi, non se ne può andare.
– Preside, io l’anno scorso ero stata chiara. Se me l’avesse appioppata anche quest’anno, io avrei chiesto il trasferimento.
– Manca ancora tanto tempo, prima che arrivi marzo. Tante cose potrebbero cambiare.
– Centocinquantaquattro giorni, preside. Non uno di più.

Vinco battaglie su battaglie.
Ma sono vittorie di Pirro.
Mi sto giocando la salute.
Fanculo a questa scuola di merda.

Centocinquantaquattro.