Annus Horribilis

E’ stato un anno che definire orribile è poco.
Sono praticamente arrivata al penultimo giorno strisciando sui gomiti.
Con domani finisce ufficialmente la scuola “con i bimbi”, che è forse una delle poche cose che salvo di quest’anno scolastico.
Spiace dirlo, ma non mi dispiacerà non vedere per qualche mese qualche alunno. Uno in particolare. Mai, in più di 15 anni, mi era capitato di auspicarne l’assenza a scuola. Mai, in più di 15 anni, mi è capitato di auspicare che i genitori decidano di fargli cambiare scuola. In quest’anno, più di una volta, ho messo in discussione me stessa, la mia professionalità e la mia etica professionale. Ho sempre cercato, pur nei limiti del mio carattere poco incline alla diplomazia, di cercare una strada, un percorso, per collaborare con  genitori al fine di risolvere, o almeno arginare, le problematiche dei bambini. Questa volta ho trovato tante belle parole davanti e tanta merda spalata alle spalle. Ho visto alzare muri e ho di conseguenza (mea culpa) alzato muri. Mi sono sentita isolata e mi sono chiusa. Mi sono sentita attaccata e ho attaccato. L’atmosfera è diventata irrespirabile. E sono arrivata alla fine praticamente a pezzi.
Domani è l’ultimo giorno.
Poi ci saranno tutte le carte, e le riunioni, e gli “adempimenti di fine anno”.
E poi spero che sarà finita.
Perché io di quest’anno scolastico, sinceramente, non ne posso più.

Guardi l’albero e capisci il frutto

Chiariamo, genitore testa di cazzo il cui figlio ha scaldato la sedia tutto l’anno e che tu hai giustificato tutto l’anno “perché è maschio e, si sa, i maschi vogliono giocare”.
Se ai colloqui pensi di venire a contestare il mio lavoro, il mio metodo e il mio criterio di valutazione, e pensi di farlo urlando, io ti dimostro che so urlare più di te, e ti so sputtanare, a porta chiusa, davanti a una pletora di genitori in attesa.
Perché a tutto c’è un limite.
E tu quel limite lo hai bell’e superato da mò, scartavetrandomi tutto lo scartavetrabile.
Con immutata stima.

Il lato positivo

– Non vedo l’ora che venga mercoledì!
– Guarda che poi la scuola ricomincia, eh!
– Sì, ma almeno mercoledì la supplente ce la saremo levata dalle scatole.
– Però la supplente aveva un suo lato positivo.
– Un lato positivo quella supplente?! Un lato positivo lei?! Dimmi quale, caro il mio rappresentante (figo) di classe, dimmelo, voglio saperlo!
– Che i genitori erano talmente concentrati su di lei, che non avevano niente da ridire su di te.
– Ah.
– Eh.

Centocinquantaquattro

Un provvidenziale incidente impedisce alla cara collega di presiedere, assieme alla sottoscritta e all’altro insegnante del team, a una riunione chiesta dai genitori.
L’altro insegnante del team, vista la mala parata, si sfila, adducendo altri impegni.
La sottoscritta avverte la preside degli ultimi sviluppi.
La preside, visti gli ultimi sviluppi, dice che sarà presente alla riunione.
L’altro insegnante del team avvisa di averci ripensato e che anche lui sarà presente. (“Racconta poche cazzate. La preside ti ha chiamato e ti ha obbligato ad esserci, dopo averti cazziato, ecco perché sei qui.” “Ma no, che dici!” “Quindi mi stai dicendo che la preside non ti ha chiamato?” “No… cioè sì… ma io avevo già deciso di esserci.” “Sì sì, vabbè, ciao.”)
I genitori arrivano.
I motivi per cui hanno indetto questa riunione non sono risibili, sono semplicemente ridicoli.
Manca metà classe.
Della metà presente, la maggior parte è lì per difendere il mio operato.
Gli altri, un gruppetto sparuto che si conta sulle dita di una mano (e avanza pure qualche dito), vengono messi all’angolo dagli stessi genitori.
E io mi levo qualche sassolino dalle scarpe.

A riunione finita, la preside si ferma per fare il punto della situazione.
– Beh, direi che se l’è cavata benissimo, no? Lei cosa ne pensa? Com’è andata?
– Mancano centocinquantaquattro giorni all’alba.
– Non faccia scherzi, non se ne può andare.
– Preside, io l’anno scorso ero stata chiara. Se me l’avesse appioppata anche quest’anno, io avrei chiesto il trasferimento.
– Manca ancora tanto tempo, prima che arrivi marzo. Tante cose potrebbero cambiare.
– Centocinquantaquattro giorni, preside. Non uno di più.

Vinco battaglie su battaglie.
Ma sono vittorie di Pirro.
Mi sto giocando la salute.
Fanculo a questa scuola di merda.

Centocinquantaquattro.

E siamo solo a due settimane dall’inizio

Pausa ricreazione.
Lui piange, disperato, accusato per qualcosa che dice di non aver fatto.
Lei lo aggredisce verbalmente, urlandogli che non vede l’ora di parlare con i genitori, nel pomeriggio, per dirgliene quattro.
Lui, tra le lacrime, cerca di difendersi, afferma di non aver fatto quello di cui lo si sta accusando.
L’altra assiste, un po’ impotente, un bel po’ incazzata, perché certi modi e certi termini non riesce a tollerarli. Poi lascia la classe e va a chiedere lumi a una persona presente al “fattaccio”. E scopre che lui non sta mentendo, che sta difendendo, tra le lacrime, la sua verità, che è poi LA verità, mentre lei lo accusa di mentire.
Rientra in classe e, tra i pianti di lui e le urla di lei, smentisce la di lei versione e le dice di darsi una buona calmata, visto che lo sta accusando ingiustamente.
Lei cerca di continuare ad accusarlo, cambiando i termini dell’accusa, e di fatto arrampicandosi sugli specchi. Segue una litigata epocale, con lei che, con una faccia come il culo, chiede all’altra di appoggiarla durante l’incontro con i genitori, “perché così si fa” e l’altra che le risponde “ma te lo puoi sognare!”.
Segue, a fine scuola, l’incontro con i genitori, durante il quale lei, capino basso, ammette davanti ai genitori di essere partita prevenuta e di averlo ingiustamente accusato ed aggredito.
L’altra si aspetta ritorsioni, ma è preparata.

Sarà un anno scolastico col coltello tra i denti.