Guardi l’albero e capisci il frutto

Chiariamo, genitore testa di cazzo il cui figlio ha scaldato la sedia tutto l’anno e che tu hai giustificato tutto l’anno “perché è maschio e, si sa, i maschi vogliono giocare”.
Se ai colloqui pensi di venire a contestare il mio lavoro, il mio metodo e il mio criterio di valutazione, e pensi di farlo urlando, io ti dimostro che so urlare più di te, e ti so sputtanare, a porta chiusa, davanti a una pletora di genitori in attesa.
Perché a tutto c’è un limite.
E tu quel limite lo hai bell’e superato da mò, scartavetrandomi tutto lo scartavetrabile.
Con immutata stima.

Catone con la sua “Delenda Carthago” rompeva meno i coglioni

– Senti, zio, visto che mamma non se ne ricorda, lo chiedo a te. A scuola sta girando la scarlattina. Che tu sappia, io l’ho avuta?
– No.
– Checculo! Sei sicuro?
– Quasi del tutto. Visto che si sta parlando di scuola, parliamo di cose serie. Hai fatto la domanda di trasferimento?

Mesi che mi si lavora ai fianchi.
Mesi che ogni incontro, dialogo, conversazione si conclude con la stessa domanda.

– Hai fatto la domanda di trasferimento?
– Sì.
– Oh, bene! Brava! Finalmente!
– L’ho fatta quattro anni fa.

E nulla, non ha apprezzato.

Centocinquantaquattro

Un provvidenziale incidente impedisce alla cara collega di presiedere, assieme alla sottoscritta e all’altro insegnante del team, a una riunione chiesta dai genitori.
L’altro insegnante del team, vista la mala parata, si sfila, adducendo altri impegni.
La sottoscritta avverte la preside degli ultimi sviluppi.
La preside, visti gli ultimi sviluppi, dice che sarà presente alla riunione.
L’altro insegnante del team avvisa di averci ripensato e che anche lui sarà presente. (“Racconta poche cazzate. La preside ti ha chiamato e ti ha obbligato ad esserci, dopo averti cazziato, ecco perché sei qui.” “Ma no, che dici!” “Quindi mi stai dicendo che la preside non ti ha chiamato?” “No… cioè sì… ma io avevo già deciso di esserci.” “Sì sì, vabbè, ciao.”)
I genitori arrivano.
I motivi per cui hanno indetto questa riunione non sono risibili, sono semplicemente ridicoli.
Manca metà classe.
Della metà presente, la maggior parte è lì per difendere il mio operato.
Gli altri, un gruppetto sparuto che si conta sulle dita di una mano (e avanza pure qualche dito), vengono messi all’angolo dagli stessi genitori.
E io mi levo qualche sassolino dalle scarpe.

A riunione finita, la preside si ferma per fare il punto della situazione.
– Beh, direi che se l’è cavata benissimo, no? Lei cosa ne pensa? Com’è andata?
– Mancano centocinquantaquattro giorni all’alba.
– Non faccia scherzi, non se ne può andare.
– Preside, io l’anno scorso ero stata chiara. Se me l’avesse appioppata anche quest’anno, io avrei chiesto il trasferimento.
– Manca ancora tanto tempo, prima che arrivi marzo. Tante cose potrebbero cambiare.
– Centocinquantaquattro giorni, preside. Non uno di più.

Vinco battaglie su battaglie.
Ma sono vittorie di Pirro.
Mi sto giocando la salute.
Fanculo a questa scuola di merda.

Centocinquantaquattro.

Ceci n’est pas un post

Qui ci dovrebbe essere un post piuttosto incazzato su come funziona la scuola, che penalizza chi lavora e favorisce chi non ha voglia di fare un cazzo perché dove si decide, con la scusa di salvaguardare l’utenza, quello che conta è in realtà pararsi il culo, ma la mia collega mi ha imposto di tornarmene a casa, smettere di pensare alla scuola in questi giorni e godermi i miei amici, e quindi niente.