suspension of disbelief

«Alla base stessa della narrazione c’è un implicito patto fra il narratore e l’ascoltatore, quello della “sospensione dell’incredulità”, come la definì il poeta inglese Samuel Coleridge. […] Il narratore si comporta come se quello che dice sia vero e il lettore accetta il patto di finzione e si comporta come se quello che gli viene raccontato sia vero.» (cit.)

Nella vita reale la volontaria (e vigile) sospensione dell’incredulità io la applico nelle relazioni. Comincio accordando fiducia e poi, una volta che la fiducia ha fatto un biglietto di sola andata, passo alla sospensione dell’incredulità, una specie di “faccio finta di crederti perché voglio proprio vedere fino a dove sei capace di andare a parare”.

Il discorso, mi rendo conto, ha poco senso e forse è un po’ arzigogolato.

Cercavo di ricordare, oggi, come cavolo si chiamasse, questo patto narrativo tra autore e lettore, mi serviva per la tesi, ma “sospensione dell’incredulità” non voleva saperne di venir fuori. E il cervello lavorava a vuoto. E sapevo di averlo già scritto da qualche parte, e allora ho cominciato a ravanare nel computer, tra files, mails e documenti di qualche anno fa. E, sarà il caso oppure no, sono finita su ‘sta roba qua. Che è quello che succede quando la sospensione dell’incredulità va a farsi fottere, si squarcia il velo e tu finalmente vedi dove è andato a parare quello a cui hai fatto finta di credere.

Per giorni la tua frase costante è stata “Sono un coglione, non so perché, non capisco perché”, quasi fossi inconsapevole degli effetti che il tuo comportamento avrebbe potuto provocare.
E poi ieri te ne sei venuto fuori con “Non sono del tutto sicuro che si sia trattato di una scelta non consapevole… credo una forma di protezione legata al fatto che non poteva e non doveva esserci altro”.
Praticamente come dire che in tutto ‘sto bailamme di inconsapevolezza e incoscienza da cui sei stato investito, l’unica scelta consapevole è stata quella di restare sul superficiale per proteggerti. Che sta praticamente a un passo dall’affermare che il fatto di aver trombato in lungo e in largo, in questi mesi, dipendeva anch’esso dal voler scongiurare l’eventuale rischio di rimanere sentimentalmente coinvolto…
Un triplo salto mortale con avvitamento, quanto a paraculaggine.

E anni dopo, col cuore ormai rattoppato, ti chiedi come hai potuto essere così cogliona.

Dai, tartarugabblù, torna alla tesi, che è meglio.

senza titolo

mi ha colpito prima ancora che entrasse in classe, il primo giorno, aggrappato alla mamma come un naufrago si aggrappa a un pezzetto di legno
mi ha colpito perché guardandolo ho rivisto te, in una vecchia foto in bianco e nero, una foto da bambino in cui sorridi
ti somigliava, e ti somiglia, e mi ricorda costantemente te, ma non sorrideva, quel giorno
era bianco come un cadavere e aveva le labbra viola
gli si leggeva il terrore sul viso

un po’ alla volta, nel corso delle settimane, si è tranquillizzato
solo un po’, però
tanto allegro e spensierato durante la ricreazione e i giochi, quanto timoroso e insicuro durante le ore di lezione
rare volte la manina alzata, rari i sorrisi, spesso forzati

fino ad oggi

è mezzogiorno e mezza, sono tutti in fila, mani lavate e pronti ad andare in mensa con zizzania
io resto in classe a correggere i quaderni su cui hanno lavorato la mattina
metà fila è fuori dalla classe, l’altra metà sta uscendo
alzo gli occhi dai quaderni, auguro loro buon appetito e buon fine settimana, poi torno ai quaderni
lui lascia la mano del compagno con cui è in fila, si avvicina alla cattedra
– ehi, m****, cosa c’è? hai dimenticato di dirmi qualcosa?
non parla, mi guarda per qualche secondo, si fa più vicino, mi sorride, mi abbraccia forte forte, mi stampa un bacio sulla guancia, mi sorride di nuovo, mi sussurra un tivogliobene veloce e va via

e io resto lì, senza parole e con un sorriso ebete sulla faccia
(tivogliobeneanch’io)

 

schegge

e ogni tanto mi chiedo che ne è di te
e poi mi dico che starai continuando, come al solito, la tua vita
una vita che non ti piace, o almeno così dicevi, ma continui a vivere quella
e, per sopportarla, avrai un’amante
o forse due
da un capo all’altro dello stivale
che tanto guidare non ti fa fatica

e ogni tanto mi chiedo se ti chiedi che ne è di me
ma la risposta non ha importanza

e stasera mi chiedo perché cazzo m’è venuto di pensarti
e di aver nostalgia

fanculo

e poi ci sono persone che all’inizio ti lasciano un po’ così…

Talvolta la vita ti concede il tempo, la quiete, il dolce far niente necessari a riflettere su questioni che nel rapido corso della vita di tutti i giorni rimangono in larga misura inaffrontate: Con quanta precisione ricordiamo il meccanismo della fotosintesi? Siamo mai riusciti a utilizzare il termine ontologia in una conversazione? Qual è stato l’istante preciso in cui ci siamo leggermente disallineati dalla vita tutto sommato normale che conducevamo fino a quel momento, piegando in modo infinitesimale a sinistra o a destra e imboccando la traiettoria che in ultima istanza ci ha portati nel luogo in cui ci troviamo attualmente?

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo


e poi ci sono romanzi che all’inizio ti lasciano un po’ così, e non riesci a capire se ti piacciano o meno, ma continui a leggerli, una pagina dopo l’altra, dicendoti che alla pagina successiva li chiuderai e li metterai via, perché puoi smettere quando vuoi. ma non smetti, no, e all’improvviso ti rendi conto che non è più vero che puoi smettere quando vuoi, e che forse non è mai stato vero. e vorresti non finissero mai. e invece finiscono. con questo romanzo è andata così.